IBS O NON IBS?

Che cosa è l’IBS?

La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è un disturbo gastrointestinale eterogeneo, comunemente diagnosticato e di origine multifattoriale (genetica, fisiologica, psicosociale e ambientale), che colpisce il 10-20% della popolazione mondiale con variazioni in base alla posizione geografica ed al sesso. Nonostante la prevalenza globale, è ampiamente sottostimato e la patofisiologia sottostante rimane poco chiara.

 

La diagnosi
Fare diagnosi di IBS può essere difficile per una serie di motivi:
1. I sintomi possono cambiare nel tempo;
2. I sintomi possono imitare altri disturbi (ad es. intolleranza al lattosio o celiachia);
3. Si potrebbe non essere a conoscenza delle attuali linee guida su come effettuare correttamente la diagnosi di IBS;
4. Non esiste un preciso biomarcatore per IBS;
5. I test di routine generalmente risultano normali e può essere frustrante per il paziente poiché i sintomi persistono.


Una volta esclusi i tumori maligni e le malattie infiammatorie intestinali (IBD), si dovrebbe tenere conto della sindrome dell’intestino irritabile (IBS) e dei cosiddetti “disturbi simili all’IBS” (Celiachia, Sensibilità al Glutine, Intolleranza al lattosio, Mucosite allergica da contatto con nichel, FODMAPs, SIBO, ATIs).

I primi rapporti che descrivono l’IBS risalgono al XIX e XX secolo e la diagnosi era fatta solo per esclusione di malattie maligne, infiammatorie o infettive, dopo un’indagine completa e “interventi chirurgici estesi senza successo”. L’IBS rimase “frequentemente mal diagnosticata e mal compresa” negli anni ’70 ma un passo in avanti fu fatto in particolare con i criteri di Roma, sviluppati da un gruppo di esperti internazionali nel campo dei disturbi gastrointestinali funzionali, e sottoposti a più revisioni.

Nel tentativo di standardizzare, definire l’IBS e ridurre gli interventi chirurgici non necessari, inizialmente Manning creò la prima serie di criteri formali in base ai sintomi ritenuti più frequenti nei pazienti con IBS, e permise di diagnosticarla senza la necessità di approfondite indagini per escludere altre patologie. Nel 1988 un gruppo di esperti internazionali si incontrò a Roma per discutere riguardo i disturbi della funzionalità gastrointestinale (FGID). Ciò culminò con la pubblicazione dei criteri di Roma nel 1992 (noto come Roma I). I criteri sono stati facilmente incorporati negli studi di ricerca rispetto alla pratica clinica. I progressi nella conoscenza, insieme al desiderio di rendere i criteri di Roma più utili clinicamente, hanno comportato diverse modifiche chiave ai criteri, sulla base di feedback di clinici e di informazioni raccolte dalla letteratura scientifica, fino ad arrivare alla quarta versione rilasciata nel 2016.
I criteri di Roma III comprendevano già il cambiamento più significativo cioè la classificazione di IBS per sottotipi basati sulla consistenza delle feci piuttosto che sulla frequenza. Roma IV ha definito la sindrome dell’intestino irritabile (IBS) come un disturbo funzionale intestinale in cui il dolore addominale è associato ad un cambiamento nelle abitudini intestinali ed il termine “disagio” fu rimosso dalla definizione.

È utile classificare i pazienti con IBS in sottotipi specifici in quanto aiuta a focalizzare il trattamento sul sintomo predominante e spesso più fastidioso.
L’IBS è classificata in quattro sottotipi:
1. IBS con costipazione predominante (IBS-C);
2. IBS con diarrea predominante (IBS-D);
3. IBS con abitudini intestinali miste (IBS-M);
4. IBS non specificato (IBS-U).
Nell’ultima revisione dei criteri di Roma, il sottotipo IBS si basa esplicitamente sull’abitudine intestinale predominante riportata dal paziente nei giorni con movimenti intestinali anormali e non in media tutti i giorni che potrebbero includere giornate con normali abitudini intestinali. I movimenti intestinali anomali sono classificati usando la forma delle feci della scala di Bristol.

 

Fattori di rischio e patogenesi

Lavoro sedentario, mancanza di esercizio fisico, dieta ricca di carboidrati e alimenti trasformati, sono fattori di rischio ben consolidati per IBS. Il cibo può scatenare i sintomi tipici, pertanto una dieta a basso contenuto di FODMAPs (acronimo per Fermentable, Oligo-, Di-, Mono-saccharides And Polyols) è consigliata per alleviarli eliminando contemporaneamente la maggior parte dei possibili alimenti colpevoli dei disturbi.
Inoltre, gastroenterite acuta e antibiotici sono ulteriori fattori di rischio dominanti per disbiosi intestinale e successiva IBS in adulti e bambini. Molte persone persistono nei sintomi dopo 2 anni dall’infezione a causa dell’aumento della permeabilità intestinale e tale sottogruppo di IBS è chiamato IBS postinfettivo (IBSPI).

Anche i fattori psicosociali sono stati fortemente implicati nell’eziologia di IBS. L’abuso infantile e il disturbo da stress post-traumatico sono associati allo sviluppo di IBS in età adulta. Lo stress influenza l’insorgenza, la durata e la gravità dei sintomi.

Per quanto riguarda la patogenesi eterogenea dell’IBS, sembra implicare: la diversità del microbiota, l’immunologia, l’integrità della barriera intestinale, la segnalazione intestino-cervello, i fattori genetici, i cambiamenti post-infettivi, le infezioni croniche e l’infiammazione di basso grado della mucosa.

Un’attivazione immunitaria è probabilmente coinvolta nell’infiammazione di basso grado. Molti studi hanno evidenziato la persistenza di infiammazione della mucosa a livello microscopico e molecolare nell’IBS e hanno segnalato sostanziali sovrapposizioni tra IBS e malattia infiammatoria intestinale.

Studi recenti suggeriscono anche un ruolo delle alterazioni, nella struttura e/o nella composizione, del microbiota intestinale. Il microbiota modula l’infiammazione e agisce direttamente o indirettamente attraverso metaboliti microbici, così la disbiosi (alterazione del microbiota) ha dimostrato favorire l’infiammazione di basso livello. Il microbiota intestinale è influenzato da fattori che predispongono all’ IBS come stress, dieta, antibiotici e stile di vita.
La disbiosi, inoltre, può portare alla produzione di metano in eccesso, che può contribuire alla costipazione. Un gruppo di ricercatori negli USA, utilizzando test del respiro al lattulosio, ha mostrato una prevalenza di SIBO di quasi l’80% nei soggetti con sintomi indicativi di IBS.

Facendo ancora riferimento al microbiota, sappiamo che le azioni integrate e la comunicazione con il sistema nervoso autonomo, sono attori centrali nella perpetuazione dei sintomi. In un recente studio gli autori hanno scoperto che l’ansia e la depressione sono correlate alla gravità dell’IBS e questo si riflette sulla firma microbica, infatti nell’uomo la depressione è associata ad un’alterazione del microbiota così come lo stress prenatale/postnatale.

 

Quali possono essere i segnali di allarme?

I segnali di allarme includono: età superiore a 50 anni senza precedente screening del cancro al colon, presenza di emorragia gastrointestinale manifesta, perdita di peso involontaria, una storia familiare di malattia infiammatoria intestinale o cancro al colon-retto, recenti cambiamenti nelle abitudini intestinali, presenza di una massa addominale palpabile, anemia e perdita di peso involontaria.

I sintomi

I sintomi dell’IBS sono diversi e presenti anche in altre patologie, complicando gli sforzi per studiare e trattare il disturbo. Quelli più lamentati sono diarrea cronica, gonfiore/dolore addominale e abitudini intestinali alterate. Inoltre, oltre a sintomi addominali, il sonno scarso, il mal di testa, la dispepsia, l’affaticamento e la depressione sono osservati frequentemente. I sintomi gastrointestinali di solito insorgono per primi e solo successivamente si verificano disturbi dell’umore. Il vasto palato dei sintomi dell’IBS ha un forte impatto sulla salute emotiva e coerentemente ha un impatto negativo sulla qualità della vita (QoL).

La diagnosi di IBS può essere eseguita mediante un’attenta revisione dei sintomi del paziente, la storia clinica e le abitudini (ad es. dieta, farmaci, anamnesi medica, chirurgica e psicologica), valutando la presenza dei segnali di allarme e utilizzando i criteri di Roma IV. Il dolore addominale deve manifestarsi un giorno alla settimana in media negli ultimi 3 mesi, associato a due o più dei seguenti fattori: defecazione, variazione della frequenza delle feci e variazione della forma (consistenza) delle feci.

Il trattamento 
Il trattamento dell’IBS è spesso mirato al sintomo predominante o più problematico del paziente. Le strategie di trattamento per IBS possono includere approcci sia farmacologici che non farmacologici, talvolta si raccomandano modifiche dello stile di vita. In futuro trattamenti dietetici si baseranno su cambiamenti strutturali e delle caratteristiche funzionali del microbiota di un individuo, infatti il ruolo del microbiota intestinale nell’IBS spiana la strada a nuove cure terapeutiche.
Data l’eterogeneità del disturbo, ulteriori ricerche potrebbero fornire nuove strategie e consentire ai medici di mirare a interventi personalizzati sul singolo paziente.

 

 

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